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domenica 18 gennaio 2015

Radice: il Gran Maestro

Accadde quando la battaglia dei Carri fu finita e i corpi dei caduti punteggiavano la pianura come un campo appena mietuto. Accadde quando il sole si stava abbassando, rosso sull'orizzonte di un tramonto impossibile. Un tramonto per innamorati e vino rosso bevuto. L’uomo curvó il ginocchio per terra, forse per lo sconforto, sicuramente per la stanchezza. Curvó il ginocchio per alcuni istanti, la testa rivolta al suolo. Gli occhi spasmodicamente chiusi da cui schizzavano lacrime di sangue.

Duró poco e nessuno lo notó, tranne UNO.
I Corvi che scendevano a banchettare contendendosi le carcasse con il Lupi e le Linci non lo videro. Le madri che giravano gridando il nome dei figli perduti non lo sentirono.
E i morti non potevano ormai sentire più nulla.
Ma il grande Re, assiso sul Trono di Surel, distante 618033988 parasanghe lo sentí.
E scuotendo il possente capo parlò per la prima volta e unica volta.
Disse un'unica parola: “Shemesh!!!”
Parló e fu la Luce.
E poi tacque, ma nel suo profilo immobile aleggiava un sorriso nuovo.

Anche l’uomo lontano sorrideva rialzandosi. La sua bocca sorrideva ma i suoi occhi ribollivano di Ardore come formaci ricolme di metallo fuso.
Guardò il cielo limpido della sera e sorrise.
Guardó la stella che in quel cielo segnava il settentrione e sorrise.
Guardó le povere creature spezzate e sorrise ancora.

E sorridendo sempre si avvió verso Sud e Ovest.

tre dell’esercito vittorioso di Begaruh lo videro procedere speditamente e lietamente sul campo di battaglia e si dissero l’un l’altro:
“chi è costui che si aggira ridendo sul campo di battaglia? Non puó essere che un malfattore che ha derubato i cadaveri. Fermiamolo e interroghiamolo. Che egli non sfugga alla Giustizia. ”
cosí frapponendosi fra lui e la Meta gli imposero di fermarsi.
I loro nomi erano Shina, Kashe e Hafraza.
“Fermati o noi ti fermeremo per sempre” intimarono “dicci chi sei e dove vai.”
L’uomo si fermó e li fissó a uno a uno.
“Sono Fenice” disse piano “e vado dove mi porta il fulmine.”
Sentendo questo i tre si allarmarono, pensando fosse un mago o un folle.
E nel loro istinto avevano ragione, poiché lui era entrambi. In quel momento lo era veramente. Era il sacerdote che porta la Luce attraverso il deserto.
Era il Figlio del Mattino che spinge la sua visione al di lá dell'Abisso.

Ma quei tre erano dei guerrieri prima che delle bestie superstiziose cosí il loro istinto da gusci agì per loro.
Lo circondarono da tre parti e poi sibilarono: “IL tuo tono non ci piace. E le tue parole ancora meno! Parla come si conviene o mischieremo il tuo sangue a quello di tutti gli altri.”
Questo dissero, con le bocche che giá sbavavano al pensiero del nuovo massacro. “Ora rispondi e dicci: chi servi? Appartieni alla Lega della Giustizia o segui il Sodalizio dello Splendore?”
“Io sono il Gran Maestro dell’Ordine del Sole e non servo nessun altro se non la Luce con Onore e Cuore. ”

E nel momento in cui lo disse capí che era vero. non lo sapeva prima di dirlo.
E prima che lo dicesse non era vero.

Kashe e Hafraza, sentendolo parlare in questa maniera si sentirono grandemente provocati. A dire il vero vi era poco in quell’epoca che non provocasse l’istinto omicida in quelli di Begaruh. Quindi come mossi da un unico burattinaio alzarono le lame per troncare il verbo in bocca a Fenice.
Ma un suono sgradevole trattenne la vita.
“Fermi!” li trattenne Shina “Aspettate che finisca di parlare. Non mi sembra che parli come un comune criminale”
“Per quanto mi riguarda ho giá finito con lui” gli ringhió contro Hafraza “e non prendo ordini da te.”
“Forse sei una donnicciula che ti spaventi alla vista del sangue altrui, Shina?” aggiunse Kashe “credi che non abbiamo visto come tu abbia passato la battaglia a pisciarti sotto di PAURA?”
Shina decise che quella era la goccia che faceva traboccare il vaso colmo di quella giornata di sopportazione e si buttó su di loro.
Con pochi precisi fendenti prese la vita dei due e quindi si accinse a prendere anche le loro orecchie. Mentre l'Odio smontava da lui dopo averlo cavalcato sentí ancora quello sguardo sul collo.
“Ora vattene via” sibiló minaccioso allo straniero senza guardarlo “prima che la tua fortuna si esaurisca.”
Ma Fenice non si muoveva, invece inizió a cantare:
Dirupsisti vincula mea, tibi sacrificabo et nomine domini invocabo.”

Al che Shina interuppe il suo macabro lavoro e alzó gli occhi.
Fenice cantava con le braccia spalancate e sembrava circondato da un aura di Fuoco bianco che accecava lo sguardo.

“Chi sei tu?” chiese impaurito “Chi sei tu veramente?”
“Sono il Messaggero del Danzatore. Sono colui che é al Centro di tutto, crocifisso a un Ceppo , Sono il Figlio del Mattino che porta l’Alba Dorata. " Fenice cantava potente nel sole morente della sera.
" Sono il Cosmico Guerriero che sopra il Caos si erge. Sceso come un Fulmine sulla Terra per Amore della Giustizia. Sono Fenice, Gran Maestro dell’Ordine del Sole. Sceso lungo il Pilastro di Mezzo fino al Regno del Grande Re per ristabilire l’Equilibrio della Bilancia attraverso la Grande Guerra Santa.
Sono l’Ariete e sono te che sei Ariete.”

Detto questo lo oltrepassó e proseguí il suo cammino.
Shina, come ipnotizzato lasció cadere il macabro bottino e lo seguí a distanza.

domenica 11 gennaio 2015

La Battaglia dei Carri VI: l'Ultima carica dei Dervisci

Benché avessero subito perdite spaventose, 9000 di quelli di Auorade resistevano coraggiosamente alla pressione dei Nani. Tuttavia questi erano pesantemente corazzati e passo dopo passo conquistavano terreno. Gli Auroradei rischiavano nuovamente di essere schiacciati.
quando quello spirito indomabile, che giá era stata la rovina loro e del Sodalizio si risveglió.
Si rizzò uno di essi e ad alta voce declamò:
“Fratelli, che vogliamo forse morire lentamente, ad uno ad uno? Non siamo forse noi i Figli del Danzatore, consacrati alla scintilla volante?
Se anche la battaglia fosse persa…
Non preserviamo la nostra vita inutile! Lanciamoci giú per la collina in uno slancio di generosità”.
“Chi sei tu che parli cosí?” gli chiesero. “Abbiamo seguito il Gran Derviscio nella rovina. Non seguiremo adesso te, senza conoscerti. ”

“Non ho nome, ancora” rispose quello “perché vissuto non sono prima. Sono nato nell’alba di sangue di questo giorno e non mi sgomento prima della sua fine di lasciare questo mondo. Ma prima che io lo lasci, fratelli, avró un nome.”

Li guardó con occhi di fuoco e drizzando la spada al cielo disse:
“Io saró il figlio del Mattino, colui nelle cui mani il Sole è come una Spada. E voi mi ricorderete.”
E cosí detto si scaglió contro i nani corazzati.
Come se quelle parole avessero lavato via la sconfitta e la morte, i Berseker lo seguirono, rompendo l’accerchiamento come un incontenibile fiume in piena.

I Nani, che giá si vedevano la vittoria in pugno, non si aspettavano la carica e non ressero l’impatto. Rotolarono giú dalla collina e molti di loro non si rialzarono.
Colpiti dalla furia di Aurorade voltarono le spalle e cercarono il supporto della Lega.
E cosí l’intera Lega si schieró ordinatamente contro quel che restava dei Dervisci.

Vedendoli si fermarono gli Auroradei, ma solo per un istante. Poi l'Uomo senza Nome fece sentire la sua Voce:

“Ecco fratelli” “è giunto il momento di donare noi stessi alla Fiamma. Non per lontana Gloria né per la fredda Storia.
Ma qui e adesso.
Noi esistiamo qui e adesso.”

E per un ultima, ultima volta, caricarono i berseker.
Guidati dall’uomo senza nome caricarono le fila della lega.
Grande fu il loro impeto. Potente l’impatto. Ardente la furia.

Spezzarono le linee dei Nani e quelle dei Monaci.
Passarono oltre uccidendone molti e per un istante sembrò che il miracolo dovesse verificarsi.
Fino a quando lo slancio si infranse contro i metallici carri di Begaruh.

Li caddero tutti.
Ma Arik pagó un duro prezzo di sangue per ognuno di loro.

Cosí che, il sole tramontò specchiandosi su un enorme lago di sangue.

sabato 3 gennaio 2015

La Battaglia dei Carri V: la Vendetta di Begaruh

Dall'alto della collina Arik era l'unico che riuscisse ad avere una perfetta visione di tutto il campo di battaglia.
Come un falco che veda il coniglio inerme al termine della planata, sentí di avere la vittoria in pugno.
A un suo segnale i carri invertirono la corsa compiendo un largo giro. Indi si lanciarono giú dalla collina sull'armata dei dervisci, fiaccata dalla lunga carica.
Il rombo tremendo delle ruote e del metallo, gli elmi perfettamente lucidi e la parete di lance puntute paralizzarono la volontá del nemico.
I carri impattarono le linee avversarie con un tremendo rimore di ossa spezzate, frantumando la massa derviscia in 4 tronconi. Come un maglio di acciaio che entri dentro una balla di fieno.
La maggior parte degli Auroradei morí semplicemente schiacciata, quelli che tentavano di arretrare si trovarono a crepare sulle asce senza misericordia dei nani di Kulma, sopraggiungenti da dietro.
In pochi secondi migliaia di essi caddero, senza neppure avere avuto occasione di alzare la spada.

Tuttavia il coraggio non abbandonò i sopravvissuti che si diedero ad una fiera resistenza, sempre incitati dal gran Derviscio.

Questi vide in lontananza il vessillo di Begaruh e pensó di risolver la battaglia abbattendolo.
“Arik!” ruggì, e scattó in avanti.
Travolgendo come un fuscello ogni avversario che gli parava di fronte, sì preparò ad affrontare il suo avversario.

Lo vide Arik dall'alto del suo carro ed esaminandolo con disprezzo gli chiese:
“Perché cerchi una morte piú rapida di quella che il destino ti ha riservato? Folle!” e scese dal carro, giacché sapeva che il suo odio era stato distillato al punto giusto da divenire un mortale veleno che avrebbe corroso la vita del Gran Derviscio.

Piantó quindi la lancia nel terreno ed estrasse una sottile spada preparandosi nella mortale posizione del Basilisco.
Ma, prima ancora che avesse finito di mettersi a punto, lo caricó Il Gran Derviscio di testa, come un toro infuriato. Lo colpi in pieno, scaraventandolo a terra a metri di distanza.

“Che il mio destino si compia come deve” gli rispose levando la spada “Ma io ti dico che i vermi si disputeranno il tuo corpo, prima che il sole abbia visto il suo zenit.”

E cosí dicendo menó un colpo gigantesco teso a troncare in due il suo opponente steso a suolo.
Arik peró non era più li.
Rotolando sul terreno aveva schivato il colpo e si era rialzato alle spalle del furibondo guerriero. Ne prese il collo in una morsa, puntandogli la spada alla schiena.
“assapora il morso della Giustizia.” Gli mormoró nell'orecchio.
E lo trafisse da parte a parte.

Cadde cosí il Gran Derviscio di Aurorade e grande sconforto si sparse fra le fila dei Berseker. Ma la battaglia non era ancora decisa.

Tutto lo scacchiere era una confusione di truppe in movimento, accecate dalla polvere sollevata da loro stesse come dall’inquietante nebbia di Narim.

Gli gnomi di Ludageh erano giunti a contatto e tempestavano di quadrelle le fila di Satod che gli bloccavano il cammino.
I monaci stavano riparati ma non retrocedevano.
Il primo Mercante Bolger, vedendosi bloccato, mandó un messaggero ad Argento di Desio che si trovava alla sua retroguardia:
“Attaccateli adesso!” mandó a dire “Voi siete piú attrezzati per il combattimento corpo a corpo. Lasciate che Ludageh vi protegga le spalle.”
Per la Cacciatrice giá adirata per la non concordata mossa di Ludageh fu questa la goccia che fece traboccare il vaso.
“Chi è costui per dare ordini?“ replicò sprezzante al messaggero “da quando sarebbe divenuto questo volgare mercante, il Generale Capo dello Splendore? Siete avanzati senza chiedere e ora cercate aiuto?!”
E gli voltó le spalle, crudele.
“rimarremo qui! E li attaccheremo quando saranno a tiro.“

Lo sconsolato messaggero tornó quindi da Bolger, portando le nuove su alleati poco affidabili.

Bolger decise di andare di persona a trattare con Argento. Se necessario perfino a scusarsi con la capricciosa cacciatrice.
Dolce, folle, gnomo.
Buono di cuore e abile nel commercio, ma imperito nell’arte della guerra. Ignaro che sul campo di battaglia un comandante deve stare fra i suoi.
Si avvio dunque Bolger.

Nel frattempo gli gnomi continuavano a tenere sotto tiro l’armata di Satod, la quale, prudentemente, si teneva a distanza.
“Appena Bolger avrá convinto Argento ad avanzare” si dissero l’un l’altro gli gnomi “sará facile pungerli con le nostre quadrelle”.
E ridevano, sicuri delle loro macchine superiori.
Quand'ecco che, come provenienti dal nulla, rumori di carri e urla di battaglia si levarono sul fianco destro.
Dalla nera nuvola uscí la formazione di Arik, puntuta come una lancia mirata al cuore dei balestrieri.
Ludageh era attaccata da Begaruh.

Aurorade, infatti, contando perdite gravissime si era ritirata combattendo su per la collina, sperando di potersi raggruppare li per un’ultima resistenza.
Erano incalzati dai Nani di Kulma i quali facevano pagare loro ogni metro con sangue.
Era un lavoro duro e metodico, come piaceva ai nani.
Non vi era piú confronto per i veloci carri, lì.
Cosí Arik, sfruttando il momento propizio aveva lanciato le macchine da guerra nella magica nebbia che continuava a galleggiare sul campo di battaglia.
Ne fuoriuscì sul fianco di Ludaged, come una rossa volpe che piombi un pollaio.
La sorpresa e lo sconcerto furono totali.
I carri penetrarono profondamente fra i balestrieri senza incontrare nessuna resistenza. I piccoli gnomi, presi dal panico, buttarono le armi a terra. voltarono le spalle e iniziarono a fuggire a destra e a manca, mentre i mastini sui carri ne facevano scempio dall'alto.
Con precisione crudele la lancia colpiva, lo zoccolo schiacciava, il carro travolgeva.
Di dodicimila grassi gnomi che erano partiti meno di mille sarebbero tornati a casa a raccontare della potenza di Begaruh.
Il sangue era ovunque.

Forse Desio avrebbe ancora potuto rovesciare la situazione.
Argento, vedendo il massacro di fronte a lei, fu colta da un senso di prostrazione profondo.
La tenebra che aleggiava sul campo di battaglia le sembró esser penetrata anche dentro l’anima.
Voleva solo buttarsi a terra e chiudere gli occhi, sperando che come un orrendo incubo prima o poi esso si dissolvesse.
Cosí non fece nulla.

Non subodorava che il suo sentimento fosse l’opera delle sacerdotesse di Narim che avevano elevato la tenebra dal piano manifesto a quello delle emozioni.
Accanto a lei gli spietati battitori di Desio piangevano.
Coloro che avevano cacciato al chiar di Luna l’Orso e il Cinghiale senza temere, singhiozzavano, disperati, nella notte dell’anima.
I cacciatori di Desio erano divenuti prede.
Cosí che quando Satod completò l’accerchiamento si arresero al prezzo della salvezza delle loro vite.

Poiché le Amazzoni apparivano fuggite dal campo di battaglia, parve ai Capitani della Lega che la fatto d’armi si fosse risolto facilmente.
Non rimaneva che schiacciare i berseker, asserragliati sulla collina.

Solo Arik represse la gioia.

Sapeva che le cose della guerra sono facili da iniziare ma non si concludono senza pagare un terribile prezzo.

sabato 27 dicembre 2014

La battaglia dei Carri IV: La carica ardente

Per qualche tempo le armate stettero a scrutarsi reciprocamente e manovrare una di fronte all'altra. Indecise sul da farsi e senza che l'equilibrio si alterasse. I temuti carri da Guerra si spostavano su e giú per una collinetta che avevano alle spalle, senza decidersi ad attaccare.
Il piano originale del Sodalizio comprendeva lo schiacciare il nemico a distanza con le frecce di Mieleim e le le catapulte di Ludageh.
Ma dopo un qualche tempo il nervosismo si diffuse fra quelli di Aurorade.

Il loro capitano, il Gran Derviscio, non era certo famoso per la pazienza.
“Non ho tempo per questi giochetti di guerra.” Pensò snervato. “Vi sono invenzioni da creare, banchetti devono essere festeggiati, donne attendono il notro ritorno”

Vedendo la disposizione della Lega, concentrata a destra, decise di attaccare immediatamente Begaruh sulla sinistra.
Arringó quindi i suoi:
“Solo noi siamo quattro volte superiori di numero. Spazziamoli via in un colpo solo e facciamola finita. Quando avremo umiliato loro, gli altri non potran far altro che levare bandiera bianca“
E senza nemmeno concludera la sua orazione partí alla carica. Giacché ad Aurorade l'esempio é ció che conta.
Con un boato l'orda si mosse disordinatamente dietro il suo Derviscio.
Cantando gioiosamente una dopo l'altro i plotoni si avviarono prima al passo e poi di corsa, ridendo nell'ebbrezza della carica.
Questa in fatti é la natura incosciente e gioiosa di Aurorade che infantile e audace la spinge sempre oltre.
Si sfidavano quindi gli uni con gli altri a superarsi e continuavano ad accelerare in un rombo impossibile.

Gli altri capitani dello splendore non avvisati di quanto stava succedendo rimasero fermi sulle loro posizioni, lasciando a quelli di Aurorade l'Onere come l'Onore.
“Che facciano loro il lavoro sporco” Pensó il Primo Mercante di Ludageh.
“Noi ci divertiremo a cacciare i superstiti” disse al suo secondo la gran cacciatrice di Desio.
“Maschi!!!” si limitó a commentare la Regina dello Scorpione delle Amazzoni.
Infatti, benché nel Sodalizio vi fosse una abbondanza di affetto, a esso non corrispondeva altrettanta lealtá.

Nel frattempo i berseker avevano coperto buona parte della distanza che li separava da Begaruh, arrivando ai piedi della collina.
Si trovavano ora a meno di cento metri dai Carri Rossi.
Seguendo il loro Capitano, gli Auroradei si fiondarono all'assalto in salita senza risparmiarsi.
Erano, a dire il vero, una visione magnifica ed eroica nel loro impeto sfrenato.

Arik, generale di Begaruh, li vide arrivare e ne contempló con freddezza lo slancio.
E a dire il vero li odió per il loro entusiasmo e vitalità. Giacché nella Città di Ferro solo la frusta poteva ordinare il riso fra la truppa.
Ma Arik ingiottí l'acido dentro di se, lasciandolo fermentare in attesa di essere saggiamente utilizzato.
Cosí si concesse altri preziosi secondi.
Quando i berserer furono a tiro di freccia ordinó ai suoi di invertire la formazione e di ritirarsi.
Come un meccanismo perfettamente oliato, i carri si voltarono e iniziarono ad allontanarsi al trotto su per la collina.
Abbastanza veloci da non essere raggiunti ma non cosí veloci da distaccare l'Orda ruggente.

Vedendoli fuggire gli Auroradei sentirono di avere la vittoria in mano.

“Guardate come fuggono quelle femminucce.” Dissero ridendo affannati “il nostro maschio ardore li terrorizza.”
E cosí dicendo raddoppiarono gli sforzi per raggiungerli e schiacciarli.
Tuttavia, benché si prodigassero, essi erano appiedati e difficilmente potevano competere con i carri di Begaruh.
“Arik!!” tuonava il Gran Derviscio davanti a tutti “fermati codardo!!”
Ma i carri continuavano beffardi a mantenere la distanza salendo su per la collina.

Nel frattempo I nani di Kulma si muovevano astutamente per prender posizione alle spalle degli Auroradei.
Con rombo di corni e rullo di tamburi si schierarono per colpirne il fianco e le spalle.

Anche le sacerdotesse di Narim non erano inattive.
Usando canti mistici e segni magici evocarono una profonda Nebbia oscura in mezzo al campo di battaglia

Questa, unita alla polvere provocata dalla grande carica dei Berseker rese impossibile ai capitani del Sodalizio di capire cosa succedesse.
Bolger, Primo Mercante di Ludageh, benché non riuscisse a veder nulla a parte polvere e nebbia intuì la trappola e ordinó ai suoi Gnomi di muoversi in avanti per aiutare gli Auroradei.
Cosí facendo, peró, dovettero abbandonare le macchine da guerra, giacché li avrebbero rallentati troppo.
E di nuovo un capitano dello Splendore si mosse senza avvisare i suoi alleati.
Questa volta, peró, non da solo. I cacciatori di Desio seguirono gli gnomi, piú perché temevano di rimanere da soli che per devozione. Si tennero peró a prudente distanza dietro di loro.

Quando le amazzoni di Mieleim si videro tagliate fuori dal resto dell'esercito pensarono di essere state tradite e prendendosi cura prima di tutto di se stesse, si ritirarono nel bosco che si trovava alla loro sinistra.   

sabato 20 dicembre 2014

La Battaglie dei Carri III: gli eserciti schierati

In quel giorno i due eserciti si schierarono l'uno contro l'altro, potentemente armati e variamente corazzati.

La Lega di Giustizia schierava poco piú di ventimila seguaci provenienti da Begaruh, Narim, Kulma e Satod.

Al centro dello schieramento stavano i guerrieri di Begaruh sui loro carri da battaglia. Addestrati fin dalla nascita all'arte micidiale della guerra sorridevano sotto i loro elmi impenetrabili, sicuri della vittoria.
Piú che sul loro numero, che era infatti assai ridotto, contavano sulla perfetta disciplina e la superiorità delle loro macchine .

Questi carri erano il fulcro della potenza di Begaruh: tirati da tre cavalli, trasportavano un auriga e un combattente. Rossi come il fuoco erano, in omaggio al sangue, con dorate bordure che scintillavano nel sole che sorgeva. Fatti di metallo potevano resistere a frecce o peggio.
Su di essi i guerrieri interamente coperti di acciaio con aguzze lance sembravano i Messaggeri della Vendetta.

Le nere sacerdotesse di Narim stavano appartate, sull'ala sinistra in una formazione compatta. Di numero meno di trecento, i loro capelli bianchi erano l'unica luce che spezzasse l'oscuritá del gruppo. Non era mai stato folto il numero di quelle delle tre isole, ma colui il quale avesse calcolato la loro forza su questo fatto avrebbe scoperto con orrore di errare. Grandi infatti erano i poteri di queste elfe che avevano consacrato la vita alla disciplina interiore. Erano protette da leggere armature di scaglie ricoperte di rune e simboli.


I Monaci di Satod erano alla destra di Begaruh. Simili alle sacerdotesse nei loro intenti differivano nei mezzi. Non avevano altre armi che le loro mani ne' altra armatura che i loro stessi corpi. Si muovevano flessuosi come gatti in caccia della preda.

I Diecimila nani di Kulma stavano poderosi sull'estrema ala destra. Tozzi e ben piantati sulla terra che amavano. Le lunghe barbe rossicce erano intrecciate di gemme e fiori di cristallo.

In tutto la Lega poteva contare su 23 mila armati.
La formazione della Lega di Giustizia era sbilanciata a favore dell'ala destra dove si trovavano i diecimila di Kulma insieme a ottomila di quelli di Satod.


Si contrapponevano loro i quasi cinquantamila prodi del Sodalizio dello Splendore. Gli abitanti di Aurorade, Ludageh, Desio e Mieleim. Eran di numero piú del doppio di quelli della Lega e ribollivano come mare in tempesta che volesse spazzare un fuscello ridicolmente posto in fronte a lui.

Il grosso dell'armata era formato dagli abitanti di Aurorade, ventimila indisciplinati combattenti, animati da selvaggia furia. Altissimi, con i capelli ribelli e i petti poderosi esposti al sole erano armati di lunghi spadoni.

Accanto a loro stavano gli gnomi di Ludageh. Benché intervenuti in gran numero non amavano la guerra e la battaglia. Preferendo, e di di gran lunga!, il conviviale banchetto che segue all'intelligenza del commercio allo spreco di risorse del massacro. Avevano portato con se grandi catapulte e baliste con cui speravano di sconfigger il nemico da sicura distanza.
Ciascuno di loro era armato di una piccola balestra e di una corta daga.

Le amazzoni di Mieleim, in numero di 7000, erano a sinistra dei Berseker. Bianche di pelle e rosse di capelli. Tatuate sul viso e sul seno sprezzante. Armate di lunghi archi colorati corteggiavano la morte con passione.


All'estrema destra dello schieramento, infine, accanto agli Gnomi vi erano i leggeri cacciatori di Desio. Per nulla a loro agio sotto il sole sorgente vestivano di cuoio e portavano corte lance da caccia.

sabato 13 dicembre 2014

La Battaglia dei Carri II: la Settima conferenza di Eliopoli

Benché oggetto del contendere fosse il potere, e solo quello, ognuna delle alleanze aveva forgiato Parole Altisonanti e Concetti Grandiosi dietro cui mascherarlo.

La Lega di Giustizia voleva per Onirikon un imperio forte, come un pugno guantato di ferro. Esso avrebbe garantito la Sicurezza e l'Eguaglianza che di certo avrebbero condotto alla Felicitá.

“Non possiamo permettere che i Duchi ritornino!” tuonó l'Abate Generale di Desio durante la Settima conferenza di Eliopoli “inoltre per staccarci dai loro usi e i misfatti che questi generarono dobbiamo fare Giustizia. Che coloro che si sono arricchiti durante gli anni Oscuri, come questi Gnomi di Ludageh, distribuiscano immediatamente quelli Ori ai poveri di Onirikon.”
I mercanti di Ludageh manifestarono sonoramente quanto stimassero la proposta con grande disturbo per i nasi di tutti quanti.

Il Sodalizio dello Splendore insisteva sulla Libertá.
“La libertá di Spirito e Corpo come quella di Commercio“ replicó il Primo Mercante di Ludageh durante la stessa conferenza “è parte dell'insegnamento che il Grande Re ci ha portato.”

In effetti tutti i delegati della conferenza parlavano di questo saggio insegnamento benché nssuno concordasse sul suo significato.

“Se proprio dobbiamo staccarci da qualcosa, che sia quella rigidezza malvagia che durante gli Anni Oscuri sì tante torture ci inflisse!” continuó Ludageh.

Dai banchi della Lega i levarono dei ruggiti.

“...Che quelli di Begaruh abbandonino le loro pratiche mortifere e si dedichino ad attività di Commercio e Arte!”continuó il Primo Mercante imperterrito ” Che i Monaci di Satod inizino finalmente a godere liberamente della Vita e le Sacerdotesse di Narim entrino nella Luce dello Splendore!”

Le parole degli uni scivolavano come pioggia sulla pietra delle argomentazioni degli altri ma lasciavano segni deturpanti che non potevano rimanere senza risposta. Infine le parole divennero acute e ferenti fino a quando non fu più tempo di parole.


Gli ambasciatori, dopo avere abbandonato la conferenza, entrarono furenti nelle cittá rispettive e ne fuoriuscirono seguiti da armate.

Poiché il Sodalizio schierava piú truppe riuscí a spingere i soldati della Lega in una vasta pianura circunata da verdi colline fra Narim e Begaruh.


Qui si fermarono attendendo l'alba dell'indomani per attaccare.

sabato 6 dicembre 2014

La battaglia dei carri I

Dopo che i Duchi furono cacciati e il Grande Re fu insediato in Surel l'insoddisfazione prese a crescere in quel di Onirikon.
Infatti pochi erano coloro che avevano seguito il proclama di VNV e si erano insediati in Eliopoli che rimaneva un insignificante villaggio.
La proclamata capitale del Regno era indi vuota ma pieni erano i desideri di coloro che si arrogavano il diritto di imperio su di essa.

Ogni cittá sentiva di avere ragioni fondate per le sue pretese.
Aurorade in quanto era la piú grande e produttiva; Narim perché primeggiava in saggezza spirituale superando le sue sorelle tutte; la Rossa Begaruh avrebbe voluto stabilire Ordine e Giustizia con il suo perfetto esercito; Ludageh ne aveva diritto per la forza sonante dei suoi commerci , Desio rivendicava il primato dell'arte e del sogno.
Alcuni altri, come Mieleim o Kulma, erano semplicemente contrari all'idea stessa dell'unità e rivendicavano il diritto all'indipendenza:

che questo Grande Re ci sia di ispirazione” dicevano i Nani fra le barbe “ma che ognuno decida i fatti di casa sua per conto suo”.

Ed ecco che le strade furono piene di messi e ambasciatori che correvano da un capo all'altro di Onirikon per convincere, adulare, minacciare.
Alleanze vennero forgiate e poi rotte, messaggi furono recapitati di notte. Molti di piú furono persi nel sangue di una gola tagliata.

Passó il tempo, dal magma dell'intrigo e della politica emersero due potenti alleanze.
La piú risoluta era la Lega di Giustizia che univa Begaruh, Narim e Satod.
Kulma, sopo essere stata per lungo tempo neutrale si schieró dalla parte della Lega convinta da un ambasciatrice di Narim.

“Kulma e Narin sono sorelle” disse la nera ambasciatrice dalla voce suadente ai Nani riuniti in riottosa assemblea “ció che noi predichiamo in potenza voi lo realizzate. Come mai potremmo essere separate? ”
Fu cosí che i Nani di Kulma si schierarono contro il Sodalizio di cui in fondo condividevano le ragioni.

Opposto alla Lega infatti, vi era il Sodalizio dello Splendore che contava fra i suoi adepti Aurorade, Ludageh, Desio e Mieleim.

Neutrali rimasero solo Eliopoli, oggetto di quella selvaggia disputa e Surel, Unica sul Picco.

domenica 30 novembre 2014

Eliopoli V: La nuova Onirikon

Fra le cittá di Onirikon liberate ognuno prese la Via che meglio gli si addiceva.
Aurorade si dedicó alla Scienza, con poco o nessun governo; Narim divenne un grande convento in cui oscure sacerdotesse celebravano misteriosi rituali; Ludageh sviluppó il commercio; Begaruh la disciplina militare; gli abitanti del Bosco dello Scorpione entrarono in una lunga guerra, gli uni contro gli altri, maschi contro femmine che condusse queste ultime al potere in quel di Mieleim.
Il popolo di Satod dedicó se stesso alla disciplina e l'esercizio mistico del corpo e delle sue arti; Desio brillava nell'arte; infine i Nani di Kulma Estraevano gemme e metalli dai loro cunicoli sotto le montagne di Arez.


Alcuni, commossi dal proclama di VNV e dalla trista sorte di Hegalon si recarono a vivere ad Eliopoli. Essa era da tutti riconosciuta come capitale di Onirikon, ma in realtá non aveva  nessuna potenza.

domenica 23 novembre 2014

Eliopoli IV: il risveglio degli Ignavi

La testa di Hegalon fu portata in trionfo in tutte le cittá.

Come orrido monito a coloro che osavano levare la testa contro il dominio dei Duchi e sperare in un mondo migliore.
Terrore e Impotenza speravano di suscitare.

Ma gli abitanti di Onirikon, vedendo questo strazio ricordarono l'Ardore di Hegalon e la bellezza dell'Ardente Processione. Allora furono colti da compassione e furore e si risvegliarono dal loro sonno.

“Un GiuSTo é stato ucciso” si dissero l'un l'altro “che nulla di male aveva fatto, tranne portare speranza la dove non ve ne era. Cosa abbiamo mai fatto!? Perché lo abbiamo lasciato solo? Oh noi miseri e indegni.”

Le voci crebbero e si tramutarono in un gemito, che crebbe in un coro e divenne finalmente una folla urlante davanti ai palazzi dei Duchi.
Armati di coltelli, pale e picche da lavoro essi reclamarono giustizia.

Grande fu lo stupore dei Duchi. Giacché eran conviti di avere la situazione in mano. Di conoscere le debolezze della plebe si da poterla controllare a piacimento.

E invero a lungo avevano avuto successo, alternando zucchero e frusta. Quindi adesso decisero che era di nuovo il momento di usare la frusta.
Eppure sbagliavano.
Non in quanto il popolo fosse divenuto piú saggio o migliore. Quanto perché l'Equilibrio della Bilancia era cambiato per sempre e il vecchio vino doveva esser versato in nuove botti.
Ma i Duchi non videro nulla di questo.

“Andate e uccidetene un paio.” Ordinarono ai loro sgherri “Gli altri si arrenderanno di certo.”

Uscirono i Turpi dai Palazzi, armati di randelli e poco altro, fidando piú della debolezza altrui che della forza propria.

Ma questa volta vi era qualcosa di nuovo e diverso.
Lo sguardo remissivo del popolo era sparito.
Una nuova luce brillava nei loro occhi. Luce micidiale che preannunciava la fine loro e dei loro Signori.
Allora si sentirono insicuri del fatto loro:
“ahem” dissero “perché non lasciare i morti riposare in pace mentre i vivi si occupano delle cose loro? Tornate in pace alle vostre occupazioni.”

Ma la voce del popolo rispose.
“Non torneremo indietro fino a quando l'ultimo bastione dell'Ingiustizia non sia stato abbattuto. Il tempo dei Duchi è finito. Fateci passare o finirete insieme a loro.“
Gli sgherri, vedendosi perduti, lasciarono cadere le armi e si unirono ai rivoltosi.
Allora il popolo assalí i bastioni dell'ingiustizia e scardinó i cancelli del Potere.

I duchi fuggirono, giacché non era nella natura loro di rimanere fermi e combattere.
Trovarono asilo nel tristo continente di Dome dove eressero un nuovo dominio fra Demoni e Orchi. E da li oggi ancora scrutano rabbiosi l'antico imperio loro, tramando per ritornare.


domenica 16 novembre 2014

Eliopoli III: Il Proclama di VNV

Dunque la Cittá era completa e l'avvenimento fu festeggiato con lunghe feste e banchetti.
Ma dopo alcuni giorni un senso di inquietudine si diffuse fra i costruttori.

Uno dopo l'altro i felici costruttori salutavano e se ne andavano.
“Perché abbandonate Eliopoli, proprio adesso che essa é pronta ad ospitarvi? ” chiedeva loro Hegalon “Non volete rimanere e contribuire a farne la città di Tutti?”

Ma essi sfuggivano il suo sguardo perché in loro ogni ardore si era spento, e non sapevano cosa rispondere.

E vedendoli andare altri si aggiungevano loro e se ne partivano.
Alcuni guardando per l'ultima volta Hegalon negli occhi. Ma la maggior parte spariva di notte senza salutare.

E il gruppetto di coloro che rimanevano a salutare tristemente i partenti si fece sempre più piccolo.
Chi avrebbe vissuto li?
Alla fine rimase solo Hegalon.
La cittá di Tutti era divenuta la cittá di Uno Solo.

Allora le strade di marmo e di oro furono piene solo di vento. Esso fischiava tristemente una canzone solitaria.

Hegalon si agirava per i viali vuoti e sedeva nei grandi saloni echeggianti in preda all'angoscia.

“Dove ho sbagliato?” chiedeva al pubblico di fantasmi nelle piazze “Non ho forse eseguito la volontá del Grande Re?”
Nessuno dei fantasmi rispose.
Ed Hegalon cadde nell'oscuro buco dell'Angoscia.

Passarono tristi mesi di gelo.
Poi un giorno il sole si svegliò nella vita. In quel giorno il ghiaccio si sciolse dal suo cuore.
Allora egli scrisse un proclama che cosí diceva.

Fratelli tutti di Onirikon.
Udite il proclama di VNV che da Eliopoli parte ma dal Re Unico proviene.
Per lungo tempo abbiamo patito sotto il tallone dei Duchi, e mai vi era Luce di Speranza al nostro orizzonte.
Poi il Re arrivó a indicarci la Via.
Ebbene giunto é il Tempo e pronta é la Comune Dimora.

Uscite dalle vostre Case avite, che patiscono sotto l'oppressione dei Malvagi Duchi. Unitevi in un popolo unico nel centro di Onirikon. Lí tutti saranno rappresentati nelle loro differenze. Li i popoli di Onirikon confluiranno nel Popolo del Grande Re.
Abbiamo iniziato questo sogno insieme in nome del Grande Re, portiamolo dunque a conclusione. Non lasciamolo cadere nel Nulla.

Venite a Eliopoli, fratelli.

Poi lo spedí con messaggeri in tutte le cittá.
Questa volta nessuno rise.
Nessuno maledí i messaggeri.
Semplicemente li ignorarono.
Giacché l'indifferenza a volte é peggio dell'Odio stesso.

I Duchi pensarono allora che fosse giunto il momento di agire. Giacché questo é il loro modo di attaccare. Non direttamente, ma alle spalle, di notte.
Avevano con difficoltá tollerato l'ardente processione e la nuova cittá di tutti. Ed ora gioivano nella sua rovina.

Mandarono i loro sgherri in quel di Eliopoli per arrestare Hegalon e tutti coloro che vivevano con lui.
Mandarono una forte truppa, perché si aspettavano resistenza.

Ma arrivando in vista della cittá essi si resero conto che nessuno era rimasto.
Allora risero sguaiatamente.
Ma qualcosa gli impediva di entrare dentro.
Sentivano un luminoso potere provenire da li, come una minaccia luminosa che li avrebbe colpiti se avessero profano quel santo luogo.

“Hegalon! Vieni fuori!” disse il loro capo. “il tuo sogno é infranto. Nessuno crede a questa cittá. Non vedi che é un guscio vuoto?”

Sentendo le loro voci Hegalon aveva pensato fosse qualcuno che finalmente rispondeva al Proclama di VNV e si era avvicinato.

“Forse adesso é vuota. “ Rispose dalle mura ” Ma io so che un giorno sará piena di vita e di risa e di gioiosa attivitá. Io ho visto tutto ció negli occhi del Grande Re ed egli non Mente. Il Proclama di VNV é stato inviato e presto arriveranno.”

“Folle!” replicó lo sgherro. “Nelle cittá dei nostri beneamati Duchi le genti si fanno le beffe del tuo proclama.”

Allora Hegalon scese e gli venne incontro, con il cuore spezzato.
“Tu menti. Creatura ributtante. Essi verranno, io lo so.”

“Sparisci ho ordine di bruciare questo pattume di cittá”

Allora Hegalon capí che la sua fine era arrivata. questo gli diede un senso di serenitá. Per la prima volta da tanti mesi.

“Cane! Prima ancora che tu la possa toccare” disse estraendo la spada “Il tuo braccio tutto toccherá la terra.”

Essi risero poiché erano numerosi, mentre lui era uno solo. Ma quando Hegalon caricò non risero piú. La rabbia sprizzava dai suoi occhi e l'urlo di battaglia li atterrì. Si fiondó sul loro capo e con un fendente gli troncò l'arto come promesso.
Poi rivolse la sua ira agli altri. Ma benché il suo braccio fosse possente e la sua abilitá grande essi lo superavano di molti ad uno.

Alla fine un piccolo bognin dal fiato puzzolente gli arrivó alle spalle e lo colpì ai tendini.
Egli cadde e gli furono tutti addosso, facendo strazio del suo corpo.
Solo la testa risparmiarono per portarla come trofeo ai loro signori.
Poi diedero fuoco ad Eliopoli e se ne andarono sghignazzando.

domenica 9 novembre 2014

Eliopoli II: La fondazione di Eliopoli

Quando arrivarono nel punto stabilito iniziarono a falciare l'erba e a scavare pietre, fino a quando un grande buco non fu praticato nel centro della piana dorata.
Per sei giorni scavarono come forsennati fino ad abbattersi a terra per la stanchezza.

Poi i Draghi portarono marmo bianco dalle cave di Arez e Oro luminoso dalle miniere di Lugadeh.
E poi per sei giorni innalzarono le Colonne di Oro e Marmo.

Le Amazzoni donarono fiori e i monaci di Satod pergamene.
E la cittá fu piena della Sapienza e della Vita.


E cosí fu che fu edificata Eliopoli la cittá del Sole.

domenica 2 novembre 2014

Eliopoli I: l'Ardente Processione

In quel giorno uscirono da Aurorade 20 volte 20 carri in processione. Preceduti da Draghi Rossi e Seguiti da Elefanti e Tori. Le trombe suonavano e le fanciulle cantavano di gioia al loro passaggio. Presero la via di sud e poi quella di occidente, marciando lietamente e sempre cantando.
Era cosí visibile e puro il loro Ardore che chiunque lo vedesse ne era contagiato come da un incantesimo. Cosí che tutti si univano alla carovana gioiosa che diveniva grande e grande e grande e ancora piú grande.
In quei tempi tristi la Vera Gioia era infatti merce rara e preziosa .

E come un fiume che scendesse dalla montagna raccogliendo nel suo grembo le acque di tutti i suoi figli cosí prese a se Hegalon i popoli di Onirikon.
Si unirono loro le sacerdotesse mute di Narim, sospendendo per un tempo il pianto; I guerrieri crudeli di Begaruh si cinsero la testa di fiori e si accodarono; Selene Argento, nobile cacciatrice di Desio arrivó con un seguito di pallidi poeti; I monaci di Satod portarono grandi corni e giocolieri che parevano volare.
Uscirono dalla foresta le mortali amazzoni, gli gnomi di Ludageh sospesero i loro commerci;
Perfino i truci Nani di Kulma si unirono alla processione e raccontavano di avere udito un corno che li chiamava.

I duchi vedendo i popoli di Onirikon per la prima volta marciare insieme ebbero paura.

Sentivano che il vento stava girando, che il Risveglio era iniziato.
I piú furbi fra loro fuggirono nella notte in una scia di bava e gioielli dimenticati.

Ma altri non erano pronti a cedere cosí facilmente.
“Fermateli!” ordinarono ai loro sgherri. “sterminateli tutti” Ma le caserme erano vuote, poiché tutti, anche gli sgherri, si erano recati alla gioiosa processione di Hegalon.


Ed essa si diresse verso la piana di Mezzo, danzando e cantando, e ancora cantando e ballando. In testa a tutti loro vi era Hegalon, prediletto Generale del Gran Re. Li guidó tutti alla ricerca della Bellezza del Centro.

domenica 26 ottobre 2014

Il Grande Re IV: Volontá

Volontá

Il Grande Re li fissó gentilmente continuando a sorridere appena. Poi il suo mobile volto si arricció di Volontá, per un attimo solo.
Un arricciare della larga fronte, popolata dei segni della Sapienza.
Un solo instante di volontá per domare il Signore delle Forze della Vita.

Puó bastare ció per far la differenza?
Puó bastare, e bastó.

Allora uno dei due di Aurorade si ritirò nel deserto per soggiornarvi 400 anni e capire la SUA volontà.
Di lui non sapremo il nome che nel giorno in cui i Cancelli del Nome saranno infranti in quanto egli é il Custode della Fiamma che sotto le ceneri cova.

L'altro invece fu infiammato visibilmente come incenso gettato sulle braci.

La lingua si sciolse e cantó parole di fuoco:
"Sia sempre benedetto il Grande Re, l'assoluto degli assoluti, il grande dei grandi. Lui mi ha scelto per questa grande missione. Io , il suo servitore, la porteró a termine come è vero che mi chiamo Hegalon."

Così parló Hegalon cercando nello sguardo di Lui un segno o una direzione. Quando credette di averlo trovato prese il Cammello e partí per l'Occidente. per 3 settimane cavalcó dentro il deserto, fino quando non arrivó nella grande piana di Mezzo. Al suo centro esatto stava una roccia. Ed essa era bucata.

A suo dire dallo sguardo penetrante del Grande re.
"Ecco il segno" disse Hegalon "qui erigeró la Cittá."

Prendendosi il punto in mente tornò al luogo avito e peroró la causa della Cittá con si tanta passione che quelli di Aurorade non potettero resistere.
Infatti la Lingua del Fuoco ardente era scesa a consacrarlo e i capelli gli si arricciavano sugli orecchi.
Hegalon era Ardore Portato a Terra, il Generale del Santo Re.

Per settimane Aurorade fremette di energie senza pari fino a quando tutto fu pronto.  

domenica 19 ottobre 2014

il Grande Re III: Il sorriso

Sedeva il Re sul trono di nuvole, immobile, a contemplare l'Ovest. Così stette per molti tempi di uomo, cosí tanti che i gabbiani della scogliera pensarono fosse una roccia e si costruirono nidi nella sua barba.
Ma un giorno la titanica figura si mosse in un volo di uccelli. Si voltó a sinistra e sorrise nell'alba che sorgeva, di un sorriso strano.

Fissava a Sud e a Ovest.
Nella cittá di Aurorade due uomini saltarono giú dal letto e si misero in marcia .
Camminarono a lungo, sostenuti dallo sguardo del Re che Sorrideva.
Arrivarono Infine alla Sua presenza: "chi sei tu? “chiesero sfacciati ”Cosa fai qui? E infine: cosa vuoi da noi, che ci tiri giú dal letto?"
Esso non rispose ma li fissó profondamente.
I suoi occhi erano pozzi profondi come abissi, belli come gemme, terribili come fuochi divampanti.

In quegli occhi era radicata la Maestá, la Giustizia e l'Amore.
Allora essi compresero che lui era il Re, colui che era venuto a portare l'equilibrio in quel di Onirikon.

Eppure furono frettolosi, poiché ancora non era tutto.
Con l'impeto che era consueto alle genti di Aurorade, si partirono a portare la Novella e mandarono messaggeri a tutte le terre e a tutti i popoli del Regno con l'annuncio che il Tempo era venuto.

Ma i popoli ricchi erano troppo presi dalla digestione del loro quarto pasto per ascoltare.

Mentre quelli poveri pensavano troppo a come procurarsi un unico pasto impossibile per prestare attenzione.

E i Duchi derisero la Novella. E pagarono gente che ridesse sguaiatamente, e ne pagarono altri per deridere sottilmente. Il popolo continuò quindi a pensare allo stomaco troppo vuoto o troppo pieno.

Ma i loro cuori erano vuoti, tutti quanti.
Questi infatti erano i Tempi Oscuri e il veleno dei Duchi era penetrato in profondità nelle vene di Onirikon.

Cosí nessuno voleva ascoltare l'ambasciata dei due Profeti di Aurorade.
Essi erano partiti troppo in fretta.
Oh Aurorade, la fretta é la tua forza e dannazione. Troppo in fretta sei nata e troppo cresciuta.
E rapidamente cadrai.

Lo sguardo
Essi tornarono da lui. Piansero posando il capo come bimbi sulle virili ginocchia e si stracciarono le vesti per il fallimento poiché non erano riusciti ad accendere il Cuore del popolo.

domenica 12 ottobre 2014

Il Grande Re II: I duchi

Il grande Re arrivó e si insedió sulla sommità del Capo. Li si fermó a contemplare la terra che aveva davanti e cosí rimase per molti tempi di uomo.

A quel tempo Onirikon era terra di ingiustizia e crudeltà.
In talune cittá i ricchi erano cosí ricchi che i loro vestiti eran fatti di tele di ragno, in altre regioni i poveri erano cosí miserabili che si nutrivano dei loro stessi figli.

Guerra e la pace si alternavano follemente e senza motivo.
Su tutto tiranneggiavano gli Undici Duchi Rossi che a chi si lamentava chiedevano torvi:

"non è forse stato cosí?
Il lupo forte mangia il lupo debole.
Non rimarrá sempre cosí?
Scegli di essere Lupo o non ti lamentare nell'esser divorato."

Il mondo era cosí popolato di Lupi che divoravano altri lupi che divoravano altri lupi.

Una volta ogni anno uno dei Duchi andava in un quartiere povero e distribuiva dolci rancidi ai bambini e monete di rame ai loro genitori.
"Non sono buono?" gracchiava arrogante "lodatemi dunque ed amatemi."

Il Popolo odiava i Duchi ma li serviva e li onorava.
Poiché invero i Duchi erano rappresentanti degni di quella genie perversa che preferiva la loro crudeltà lasciva a una scomoda Giustizia.

Undici di numero, a scomporre la perfezione, e loro Nomi erano, e sono:
Aholibamah, Elah ,Pinon, Kenaz ,Teman, I gemelli Mibzar e Magdiel nonché Eram.


Sono solo sette questi. Poiché di quattro non sappiamo, che di loro nessuno é ritornato a riferire il Nome.

Il grande Re guardó a lungo tutto questo.
La titanica figura si levava immobile come un gigantesco scoglio su quella rupe.

Gli Spiriti dell'Etere, creature dell'Aria, lo videro.
“Ecco un Sovrano, se mai ve ne é stato uno. Onoriamolo come a lui conviene. ”

Decisero cosí di erigere un seggio di nuvole in suo onore.
Presero i lembi della tempesta e li tirarono sullo scoglio a coprirlo di areo biancore.
Il Gran Re vide il seggio e ci si sedette.
Quando lui si assise un gran brivido attraversò tutta la Terra e uno dei Duchi disse:
"Ecco che sento che è arrivata la mia ora".
E sbavava disgustosamente, fino a quando arrivó suo fratello Teman e gli disse velenosamente:
"Mi fai schifo a vederti cosí"
e lo pugnaló alle spalle.

Perché anche se il Gran Re era arrivato non aveva ancora stabilito il suo Regno.


domenica 5 ottobre 2014

Il Grande Re I: Arrivo

Il Grande Re


Arrivo


Il Grande Re venne da lontano, da oltre il Mare.
Alcuni dicono che venne su una piccola barca e che apparve improvvisamente fra le nebbie che da sempre avvolgono il Capo. Altri dicono che arrivó portato da un uccello bianco o forse era lui stesso quell'uccello.

Nessuno puó dirlo, perché quando lui sbarcó sulla spiaggia e si inerpicó sul picco non vi era volto che mirasse lo volto suo splendente.

Quel sembiante si meraviglioso e cornuto fu descritto piú tardi cosí:

I capelli erano lunga lana, sparsa sulle spalle regali come il manto piú fino.

Sulla sua fronte si trovavano incise 400 libri di pensiero profondo.

I suoi occhi erano neri, neri come il nero della notte prima che vi fosse la luce. Cosí profondi che chiunque li abbia visti non li ha piú dimenticati. Gli occhi del grande re sono un pozzo senza fondo che fissa tutto ció che lo circonda e conferisce forza e Soliditá.

Il suo naso era lungo e dritto. Dalla sua narice destra entrava aria pura, mentre da quella sinistra usciva vapore.
La grande barba candida scendeva a ricoprirgli il petto e si divideva in tredici riccioli di santitá.

La bocca era una caverna da cui veniva Saggezza e Intelligenza

IN essa si trovavano 32 candidi lapidi ognuna delle quali con una lettera o un numero.


Una semplice tunica bianca lo rivestiva, da essa i piedi nudi e tozzi sporgevano.
Le mani non reggevano nessun bordone ma erano placidamente poggiate sul ventre generoso.

domenica 28 settembre 2014

Genesi


Il Grande Re

  1. ll Grande Re sedeva sul Trono essendo lui.
  2. Sul Trono che stava sopra le Acque del Caos.
  3. E a un tratto vide un immagine sulle Acque immote.
  4. Un immagine illuminata di luce.
  5. Ma era Lui la Luce, il Grande Re. Lui era riflesso nelle acque.
  6. Cosí il Gran Re sorrise follemente alla sua immagine increspata dal vento.
  7. Follemente perché era solo un immagine. Follemente perché non vi era vento.
  8. Eppure adesso non era più solo nella brezza. Poiché l'idolo si alzó e prese posto accanto al Re.
  9. Dove prima non vi era posto.